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Intervista al Dottor Aldo Brassetti: Carriera Medica tra Innovazione, Dedizione ed Empatia

Postato il 15 Maggio 202415 Maggio 2024 da Irene Aldieri

Vi racconto l’intervista che ho fatto al Dottor Aldo Brassetti, urologo presso l’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, che ci racconta molti dettagli interessanti sul suo percorso professionale e sulle scelte che un medico può fare nel corso della propria carriera.

Il tutto nell’ambito di una piacevolissima chiacchierata, in cui l’uomo e il medico appaiono sinceramente inscindibili.

In questo articolo trovate i punti salienti della nostra conversazione. Vi consiglio di guardare attentamente il video integrale per ascoltare il racconto direttamente dalla voce del Dottor Brassetti.

Aldo, ci vuoi raccontare qualcosa del tuo percorso professionale?

In particolare, vorremmo sapere di cosa ti occupi attualmente e come ci sei arrivato.

 

Dottor Aldo Brassetti. Sono un urologo presso l’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma. Siamo un polo oncologico che si occupa soltanto di pazienti con questo tipo di problematiche. Quindi, siccome i pazienti spesso ci chiedono se un urologo si occupi di maschi e femmine, la risposta è sì, ci occupiamo sia degli uomini che delle donne perché entrambi i sessi hanno reni e vescica.

Sono qui dal 2017-2018, quindi sono quasi al mio quinto anno. Oggettivamente è un onore stare qui, è un istituto importante e faremo grandi cose.

Prima ho studiato Medicina, quindi ho partecipato come tutti quanti i ragazzi che ogni anno provano ad entrare a Medicina ai test di selezione. Ho fatto il concorso con poca speranza perché ero uno dei pochi a non aver preparato l’esame, invece andò benissimo, arrivai 40esimo su centinaia di ragazzi, ed entrai al Sant’Andrea dove feci il mio percorso di laurea. Dopo quello, ho scelto di fare l’urologo.

In onestà è stata una scelta pratica. Sapevo che avrei voluto fare il chirurgo. L’urologia è una branca molto tecnica, molto moderna, con la possibilità di interagire con il paziente dal momento della diagnosi fino alla cura e poi ai controlli successivi.

Inoltre, è una branca molto moderna. Siamo stati tra i primi ad utilizzare la chirurgia robotica, lo siamo ancora e lo facciamo brillantemente anche qui al Regina Elena. Ho proprio appena fatto un corso sul robot più moderno che potremmo avere per la chirurgia Single Site Surgery e quindi siamo sempre sulla cresta dell’onda per quanto riguarda la tecnologia.

 

 

Volevi fare il medico fin da bambino oppure hai maturato in modo diverso la tua scelta?
Cosa ti ha spinto a intraprendere questa strada?

 

Dottor Aldo Brassetti. Penso di aver scelto questa strada perché probabilmente era l’unica cosa che avrei saputo fare. Non ti direi che si tratta di una chiamata, è soltanto che veramente mi sentivo pronto per fare soltanto quello. I miei genitori sono medici entrambi e nessuno ha mai spinto affinché intraprendessi questo percorso, perché forse nessuno dei due credeva o sperava che avrei potuto ripercorrere le loro orme.

Tuttavia, ricordo perfettamente che alle elementari mio papà mi regalò un atlante di anatomia su un cadavere, pertanto sarei potuto diventare… o un serial killer o un medico! Ho sempre saputo come funziona un corpo, anche negli aspetti più intimi. Per esempio il concepimento per me non è mai stato un segreto e quindi ero sempre il compagnuccio di scuola che raccontava agli altri come funzionasse un essere umano.


Un tema molto caldo oggi nel mondo del lavoro è il rapporto tra uomo e macchina. Ci racconti qualcosa sull’evoluzione tecnologica nel tuo ambito?

È vero che si può, o si potrà, operare una persona anche a distanza? Come questo fenomeno sta trasformando il tuo lavoro e come vivi questo progresso?

 

Dottor Aldo Brassetti. Vivo molto bene questo progresso fino a che la tecnologia – e quindi la macchina – è al servizio dell’uomo, e nel nostro ambito lo è. Noi da circa una ventina d’anni possiamo giovarci di tecnologie che sono state sviluppate dai migliori ingegneri del mondo. Tutto è nato da un progetto militare degli Stati Uniti, con l’idea che la chirurgia robotica avrebbe dovuto aiutare sui terreni di guerra per consentire ai medici di fornire il proprio supporto, pur se distanti dalla prima linea. Questo non ha mai funzionato perché non c’erano e non ci sono ancora oggi le possibilità tecniche per farlo.

Però poi ne sono derivati i robot chirurgici che utilizziamo ogni giorno. Sono robot molto costosi, estremamente precisi e perfetti per fare quello che dobbiamo fare. Ci consentono di miniaturizzare le nostre mani e di vedere più di quanto non potremmo, e quindi di operare con un minore impatto sulla salute del paziente rispetto a quello che già eseguivamo prima a cielo aperto e poi in laparoscopia. Peraltro io sono della generazione che di chirurgia a cielo aperto ne ho fatta pochissima, quasi niente, e invece sono cresciuto prima con la laparoscopia, della quale mi sono innamorato, e poi con la chirurgia robotica che è il nostro presente e il futuro.

Probabilmente in futuro si potrà operare una persona a distanza, è il sogno di molti. Forse non necessariamente dei chirurghi, per i quali la vicinanza anche fisica con il paziente è sempre importante. In ogni modo sarà certamente un passo avanti quando la tecnologia ci permetterà di farlo ed è soltanto questione di velocità di trasmissione dati.


Raccolgo spesso le storie di persone che pensavano di voler fare un determinato lavoro, hanno studiato tanto per poterlo svolgere, ma poi all’atto pratico si sono rese conto che la realtà è diversa da come l’avevano immaginata.

In ambito medico salta all’occhio anche la narrativa di moltissime serie TV, che possono offrire uno spaccato romanzato. Per chi sta pensando di intraprendere la tua stessa carriera, ci racconti come si svolge davvero il tuo lavoro?

 

Dottor Aldo Brassetti. Le serie televisive in passato erano fatte forse in maniera meno accurata, ma lo sono sempre più con il passare del tempo. ‘E.R.’ ad esempio è una serie televisiva meravigliosa ed era fatta molto bene, rispecchia assolutamente una realtà di un pronto soccorso su cui poi loro ritagliavano delle storie più di vita personale per dare anche qualche tinta di colore ai vari personaggi.

Quindi, com’è la vita di un medico? Beh, innanzitutto dipende dalla sua specialità. Il pronto soccorso, effettivamente, assomiglia a quello di ‘E.R.’. Ovviamente dipende da dove un medico eserciti, per cui Los Angeles non sarà la stessa di un piccolo paese di montagna, dove magari l’affluenza dei pazienti è più scarsa.

La mia pratica clinica è molto particolare perché l’istituto oncologico in cui lavoro è un istituto senza pronto soccorso, pertanto noi non abbiamo pazienti urgenti. Operiamo solo pazienti in elezione, i quali afferiscono ai nostri ambulatori, li valutiamo e poi, se hanno necessità di un intervento chirurgico, vengono inseriti in lista e tempestivamente operati. Infine, hanno il loro breve decorso qui da noi in reparto e li controlliamo successivamente.

Quindi, in effetti, la mia vita assomiglia a quella di chi lavora in una clinica privata. Noi facciamo molte visite ambulatoriali e circa una pari quantità di ore di sale operatoria. Essenzialmente questa è la mia vita, ma non è quella di tutti quanti i medici, perché questa dipende molto dalle varie scelte.

Per fare degli esempi concreti. Si può scegliere di fare una vita più serena: non me ne vorranno i dermatologi e gli anatomopatologi, che indubbiamente hanno una vita un po’ più tranquilla senza grosse urgenze. Oppure si può essere chirurghi e medici di pronto soccorso, che probabilmente sono dal lato opposto. Oppure ancora gli anestesisti, i rianimatori, ce li dimentichiamo sempre ma sono veramente le colonne portanti di un ospedale in generale.

Quindi, sì, si può fare tutto, si può fare una vita molto attiva o molto tranquilla con questa professione. L’importante è farlo davvero con il cuore, come se fosse una chiamata, perché non è facile fare il nostro lavoro, al di là del fatto che ci venga detto sempre “eh ma voi lavorate con la vita delle persone”.

Questo comporta solo responsabilità ma nessun vantaggio in termini remunerativi. Siamo sicuramente pagati meno di altri professionisti e, al contrario di questi ultimi, noi rispondiamo penalmente di quello che facciamo. Questo in Europa è valido soltanto per noi e per la Polonia. E certamente è una cosa che ci aspettiamo cambierà in futuro.

Quindi, non è un lavoro che si possa fare per denaro, è un lavoro che va fatto quando veramente si capisce di essere tagliati per questo e non si torna mai indietro. Non credo che nessuno di noi che abbia studiato Medicina possa poi decidere di non fare il medico. C’è sempre la possibilità di ritagliarsi una nicchia per poter aiutare qualcuno. Penso a tante persone che volevano intraprendere la strada della chirurgia, ma poi si rendono conto di non essere adatti: è un bene che proseguano con l’attività ambulatoriale o con un contatto diverso con il paziente, ma comunque esiste sempre il modo in cui poter essere utili.


Quali sono le qualità personali che ritieni più importanti per essere un chirurgo di successo?

 

Dottor Aldo Brassetti. Sicuramente ci vuole molto impegno. Bisogna essere decisi nel voler percorrere questo sentiero, che non è affatto semplice, soprattutto in Italia. Spesso, per imparare questo mestiere, l’Italia non è sufficiente. Personalmente, ho dovuto viaggiare molto anche all’estero. È stato un vantaggio, e ringrazierò sempre i miei per avermi supportato in questo percorso.

Sono stato soprattutto in Svezia e in Belgio, ma anche uscire dalla realtà universitaria e andare in ospedali come il San Giovanni a Roma ti dà una prospettiva diversa rispetto a quella che può offrire l’università italiana, che da un punto di vista chirurgico offre poco.

Tornando alle caratteristiche, una volta che si ha avuto la resilienza necessaria per arrivare ad essere un chirurgo, probabilmente bisogna continuare ad avere dedizione. Richiede molto tempo e il 100% delle tue energie e della tua attenzione. Servono precisione, tranquillità, capacità di gestire l’imprevisto senza andare nel panico. Tutto quanto accade in sala operatoria è sempre risolvibile e dipende dalla serenità con cui si affronta il lavoro e dall’esperienza passata con le complicanze.

Quante più complicanze un chirurgo abbia visto, tante più ne saprà risolvere. Non necessariamente deve essere un’esperienza diretta, può anche essere tramite video o come spettatore in sala operatoria. Ci si augura che si riesca a beneficiare in tanti degli errori di pochi, come fanno i piloti.


Io mi occupo di comunicazione ed è sicuramente un aspetto da maneggiare con molta cura nel tuo settore.

Pensi che ci sia abbastanza cultura della comunicazione con il paziente in ambito sanitario o il tutto è lasciato alle sensibilità individuali?

 

Dottor Aldo Brassetti. Nei nostri moderni corsi di medicina arrivano a insegnare anche questo. Tuttavia, non credo sia necessario: non ha senso insegnare a un medico come comunicare con un paziente o come essere empatico. È come insegnare a un musicista quale suono debbano avere le note, o quali colore debbano avere i colori in una tela ad un pittore. Questo non si può fare, si tratta della base del nostro lavoro ed è una cosa che ciascun medico deve avere.

Tecnicamente, certo, si può insegnare. Ci sono libri, corsi per migliorare ed essere più empatici, sapersi rapportare a qualcuno. Però devo dire che le generazioni precedenti alla nostra, alla mia, non hanno avuto questi corsi e abbiamo avuto ottimi medici anche in passato. Perché in fondo, per fare questo lavoro, la prima caratteristica è quella di sapere rapportarsi con il prossimo e di farlo con l’intenzione di farlo star meglio. Quindi, non si può migliorare una cosa che dovrebbe essere intrinseca nella scelta del lavoro.


Qual è stato – fino ad ora – il momento più gratificante della tua carriera?

 

Dottor Aldo Brassetti. Spero non sia ancora arrivato. Sento che ce ne saranno altri interessanti. Di momenti gratificanti ce ne sono tanti ogni giorno e sono quelli che ci spingono ad andare avanti: un intervento difficile venuto particolarmente bene, una tecnica nuova sviluppata. Queste, in maniera tecnica, sono cose che mi lasciano soddisfatto.

La realtà è che anche poi sorridere ad un collega e amico durante un turno di lavoro, può essere un momento meraviglioso da godersi.


Una curiosità da parte di chi guarda la tua professione come lontana anni luce e con molta ammirazione. Quando entri in sala operatoria, e hai quindi una responsabilità e un livello di tensione che solo pochissimi lavori richiedono, per te è un’attività invece ormai totalmente “normale e ordinaria”?

Ti prepari in qualche modo prima di un intervento?

 

Dottor Aldo Brassetti. In realtà no, per noi è, per fortuna e purtroppo, un lavoro, è una routine. E per fortuna e purtroppo, quando il telo blu copre il paziente, per noi è soltanto è ancora una volta un ulteriore intervento che abbiamo imparato a fare. E se non ci fosse questo distacco, non sarebbe possibile fare il nostro lavoro. Non si può realmente pensare di intervenire dove la natura o il fato o la sfortuna ha voluto che ci fosse un problema su un essere umano. Non è possibile farlo.

E per cui bisogna, secondo me, lavorare come se si lavorasse su una macchina. Lì non esiste nessun tipo di empatia e non può servire, non può esserci, perché nel momento del problema, ricordarsi che si sta lavorando su un essere umano non aiuta assolutamente. Bisogna, secondo me, lavorare proprio come se si fosse dei meccanici – specializzati, per carità – ma sempre dei meccanici. E così si riescono a operare, anche familiari, amici, conoscenti.

Immaginatevi che cosa potrebbe essere ogni mattina trovarsi a operare il paziente medio e poi un giorno una ragazzina di 14 anni, oppure un parente o il padre di un amico. Se non si riuscisse a tirar giù una tenda all’improvviso quando l’intervento inizia, non si potrebbe fare.

Quindi no, non ci si prepara, non c’è neanche qualche aneddoto strano. La realtà è che non ci son colleghi che facciano gesti apotropaici prima di entrare in sala o che si vedano concentrati. Non esiste tutto quanto questo, lo fanno i calciatori prima di entrare in campo, ma quelli che si fanno il segno della croce non credono probabilmente in quello che fanno.

Ecco, sentiamo la musica, nonostante il fatto che qualcuno abbia provato a farci ricerca sopra e abbia provato a dimostrare che in realtà non funziona o può addirittura ridurre la concentrazione, non è assolutamente così, almeno non per tutti. Ciascuno poi ascolta la propria, quindi non necessariamente Mozart come si usava ai tempi dei nostri professori e dei professori dei miei genitori. Magari Ligabue va benissimo come colonna sonora!


Ho scritto di recente un articolo – basato su una ricerca americana – in cui racconto che i ragazzi della Generazione Z (cioè i nati tra il 1997 e il 2012) ritengono che l’intelligenza artificiale di ChatGPT offra consigli di carriera migliori di quelli che ricevono dal proprio capo.

Sfatiamo questo mito: cosa consiglieresti tu a un giovane medico che si sta specializzando e vuole fare carriera nel tuo stesso ambito?

 

Dottor Aldo Brassetti. L’unico vero consiglio che posso dare, lo mutuo da uno dei miei maestri, forse il più grande dei miei maestri, il professor Pansadoro, il quale in un discorso, per me rimasto celebre, disse che “i maestri vanno cercati, esistono ancora, ma vanno cercati“.

Questo vuol dire uscire dal proprio guscio, che sia un’università, che sia casa, che sia una nazione o una città, e spostarsi alla ricerca di qualcuno che possa insegnare, perché l’insegnamento non è mai abbastanza, sicuramente non quello che proviene dai pochi chilometri all’interno dei quali uno si muove abitualmente.

E a me è sempre piaciuto, avendo avuto la possibilità di farlo, andare a imparare dai migliori. Quindi, ho imparato la prostatectomia radicale da chi l’ha inventata, e ho imparato la cistectomia robotica da chi l’ha inventata. Mi trovo in un posto dove sono stati pionieri delle nefrectomie parziali, delle mini invasive, sto imparando con il mio attuale primario cose meravigliose, e quindi credo che sia sempre necessario spingersi avanti.

Ho appunto lavorato col miglior endoscopista d’Italia, probabilmente del mondo, ed è proprio questo il segreto, secondo me: spostarsi per cercare il meglio. Nessuno infatti ti darà di più di chi è il migliore esperto in un determinato settore.

Quindi è importante credere che tutto sia a portata di mano se si trova la propria dimensione. Non c’è nessuno che abbia raggiunto qualcosa senza fatica e senza impegno. Tuttavia, con la fatica e con l’impegno si riesce a raggiungere qualsiasi obiettivo

Secondo me nella vita ci si trova davanti spesso a dei bivi con due strade, di cui una dritta, soleggiata, e sembra portare lontano.

Poi ce ne è un’altra, buia, storta. con la neve e i lupi. In genere, è quella che porterà più lontano.


Ringrazio tantissimo il Dotto Aldo Brassetti per averci raccontato questi aspetti molto interessanti della sua carriera, per averci condiviso informazioni a cui non è facile avere accesso, e per aver regalato consigli che saranno preziosissimi per molti giovani medici o aspiranti tali.

E non solo per loro!

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Irene Aldieri

Sono l’ideatrice di CarrieraVincente.it

Nata con un amore smisurato per le parole, l’ho declinato in una Laurea in Giurisprudenza e in tanti anni di professione in ambito comunicazione, marketing e vendite.

Ho poi conosciuto Google, e non ce ne è stato più per nessuno ⭐

Se vuoi saperne di più su di me, trovi la mia storia in questa pagina.

Category: Storie Vere

1 commento su “Intervista al Dottor Aldo Brassetti: Carriera Medica tra Innovazione, Dedizione ed Empatia”

  1. ELI ha detto:
    29 Agosto 2024 alle 19:35

    Fa piacere leggere di un giovane medico che fa della passione il suo lavoro. E’ questo che dovrebbe distinguere coloro i quali prestano il “GIURAMENTO D’IPPOCRATE” da coloro i quali prestano il “GIURAMENTO DEGLI IPOCRETI: fare della professione medica un “mestiere” per far soldi. Nel caso dell’intervistato, poi, constatare che opera in una struttura pubblica, spero contribuisca ad eliminare la vulgata; MALASANITA’. Anche sulla base dell’attività di volontariato che ho esercitato per 15 anni preso l’Ospedale S. Eugenio dell’Eur, ho acquisito una vasta esperienza sulla qualità, umanità ed impegno della maggior parte del personale medico e paramedico impegnato. Dobbiamo preferire la civilissima America dove, se non sei in possesso di una rifornita carta di credito, non puoi accedere neanche ai servizi di Pronto Soccorso. Complimenti dottore , abbiamo bisogno di giovani come te; eppure con la famiglia d’origine che ti ritrovi, potevi scegliere una vita più comoda

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