“Digitale e immaginazione: i nuovi confini delle relazioni” è stato il tema che ha animato il venerdì romano del 31 maggio 2024, presso la sede dell‘Associazione Il valore del femminile, in Piazzale delle Provincie.
L’Associazione Il valore del femminile, con l’inconfondibile tocco della sua Presidente Virginia Vandini, ha realizzato questa tavola rotonda per riflettere insieme sul tema più che mai attuale dell’intelligenza artificiale e del suo impatto relazioni.
Convinta che avrei tratto degli spunti interessanti per tutti gli utenti di Carriera Vincente, ho scelto di partecipare e di condividere con voi i passaggi che mi hanno maggiormente colpita.
L’abilità della padrona di casa è stata quella di riunire nella stessa stanza – e con sapiente armonia – personalità estremamente differenti per background, contesto lavorativo, approccio ai temi, riferimenti sociali e culturali.
Una Tavola Rotonda che, grazie al calore e all’accoglienza delle mura dell’Associazione, si è trasformata in un intimo seminario partecipato, in cui non c’è stato distacco tra i relatori e gli uditori, anzi.
La relazione non è stata solo teorico oggetto di dibattito, ma ha permeato tutto l’incontro.
I RELATORI
Sono intervenuti a parlare di Digitale e Immaginazione, sotto la conduzione e la moderazione della Sociologa Virginia Vandini:
- PAOLO DE NARDIS, Professore emerito di Sociologia Sapienza Università di Roma: “A.I., libertà e responsabilità”.
- RICCARDO SERVENTI LONGHI, Insegnante di yoga: “Intelligenza Inclusiva”.
- FABIO D’ANDREA, Professore di Sociologia generale e coordinatore del CdS in Scienze per l’investigazione e la sicurezza: “L’equivoco dell’intelligenza“.
- GABRIELE ALBANESE, Disegnatore: “Le diecimila cose che esistono”.
- SIMONE D’ALESSANDRO, Ricercatore di Sociologia Generale dell’Università di Chieti-Pescara: “I limiti creativi, semantici e meta-riflessivi della A.I.”.
- CRISTINA COLANINNO, Insegnante di Lettere presso ITTL Marcantonio Colonna: “Metodologie didattiche innovative e fruizione della cultura (tramite le nuove tecnologie)“.
- ALDO SEMENUK, Counselor ed esperto di comunicazione in ambiente digitale: “Una chiave inglese non fa primavera (fuori dalla trappola di personificare una cosa non viva)“.
Sarebbe impossibile rendere giustizia con un solo articolo a tutti i riferimenti letterari e accademici che ci hanno accompagnato nel corso di tutto l’incontro.
Mi concentrerò quindi su alcune tematiche a cui siamo particolarmente sensibili su Carriera Vincente.
DOBBIAMO AVERE PAURA DEL DIGITALE?
Una delle principali tematiche emerse tocca un po’ tutti noi ed è la paura. Paura di questo cambiamento così impattante dell’intelligenza artificiale, di cui non riusciamo a immaginare le conseguenze.
Parlando di lavoro in particolar modo, la paura è quella che i nostri lavori spariranno, perché saremo sostituiti da robot.
Sappiamo tutti inconsciamente che la paura del nuovo, e delle nuove tecnologie in particolare, c’è sempre stata, ma ora che siamo dentro a questo cambiamento non riusciamo a guardarlo con lucido distacco.
Per questo motivo trovo molto interessante riportare alcuni riferimenti citati durante il nostro seminario partecipato.
Visti con gli occhi di oggi, fanno decisamente sorridere.
Paolo De Nardis ci ricorda quindi il saggio di Umberto Eco “Apocalittici e integrati“, pubblicato nel 1964. Quando si riferisce agli ufficiali di scrittura che avevano imparato la scrittura gotica, Eco illustra un esempio storico per spiegare la resistenza al cambiamento e la transizione tra tecnologie diverse.
Gli ufficiali di scrittura gotica rappresentano coloro che avevano dedicato tempo e fatica a padroneggiare una forma di scrittura complessa e intricata. Con l’avvento di nuovi stili di scrittura e di stampa, queste competenze specifiche diventano obsolete. Eco utilizza questo esempio per mostrare come l’introduzione di nuove tecnologie spesso sembra rendere inutili le competenze esistenti, suscitando resistenza e timore tra coloro che vi si erano specializzati.

Riccardo Serventi Longhi va ancora più lontano, ricordandoci un passo del “Fedro” di Platone, in cui Socrate racconta il mito di Theuth. Il mito si svolge in Egitto, dove il dio Theuth, creatore della matematica, della geometria, dell’alfabeto e della scrittura, elogia quest’ultima davanti al re Thamus.
Theuth crede che la scrittura renderà gli egiziani più saggi e migliorerà la loro memoria. Tuttavia, il re Thamus non è d’accordo, in quanto ritiene che la scrittura porterà solo l’illusione del sapere, senza la profondità della comprensione orale. Nello scritto infatti non c’è un pensiero vivo che possa rispondere alle nostre domande, ma resta un qualcosa che tace e si ripete, finendo anche nelle mani di chi non sappiamo.
Come ci ricorderà più avanti Simone D’Alessandro, ci sono saperi che hanno vinto e altri che hanno perso. E, quando un sapere perde, perdiamo delle possibilità.
Il re Thamus ritiene inoltre che la scrittura indebolisca la memoria, poiché le persone non si sforzano più di ricordare le cose, ma si affidano ai testi scritti. Il mito rappresenta ancora oggi una più ampia riflessione sui vantaggi e i rischi delle innovazioni tecnologiche. Tutto viene contrastato quando cambia uno stato di cose esistente. Sembra un meccanismo naturale. Tuttavia, non dovremmo opporci al cambiamento, ma accoglierlo, conoscerlo e scoprirne i lati oscuri per far emergere quelli positivi. La paura ci blocca e ci limita. Il nuovo, che arriva per suggerire un’evoluzione, rischia di diventare un tabù.
Uno spunto importante per fare un passo avanti nel superamento della paura ce lo offre De Nardis, ponendo l’attenzione sulla differenza tra finito e infinito.
L’Intelligenza Artificiale si muove nel mondo della conoscenza scientifica, che per sua natura è un mondo “finito“.
Di cosa abbiamo paura noi? Di perdere la nostra libertà. Ma la nostra libertà fa parte dell’ “infinito“, è causa sui.
I nuovi meccanismi di Intelligenza Artificiale, facendo parte del mondo finito, saranno sempre mezzi e mai scopi.
E quando si lavora sul finito, quell’infinito che sono la libertà e la responsabilità, non devono fare paura. Altrimenti, avremmo paura di noi stessi.
RIUSCIREMO ANCORA AD IMMAGINARE E A CREARE?
Come ci ricorda Gabriele Albanese, anche in campo artistico ogni volta che in passato approdava una nuova tecnologia, si manifestavano resistenze, entusiasmi, dibattiti e prese di posizione.
Persino un uomo decisamente poco comune come Michelangelo aveva delle resistenze verso le nuove tecnologie nel suo campo. Michelangelo era un fervido sostenitore della tecnica dell’affresco e aveva delle opinioni critiche sulla pittura ad olio, che era una tecnica relativamente nuova durante il Rinascimento italiano e che poi avrebbe dato vita a opere incredibili di lì a breve. Pensiamo alla Dama con l’Ermellino di Leonardo Da Vinci.
Quando fu inventata la fotografia, Delaroche – pittore francese – disse: “la pittura è morta”.
E adesso, con l’arrivo dell’IA, è la fotografia che sembra sull’orlo del precipizio!
A questo proposito ho subito pensato alla campagna di comunicazione lanciata da Nikon nel 2023 per affrontare la sfida rappresentata dall’intelligenza artificiale. Ragionando sul nostro tema di fondo sulla possibilità che l’AI eliminerà molti lavori, a cosa serviranno i fotografi quando basterà un solo click e una riga di codice per creare un’immagine?
Per questo motivo, Nikon ha introdotto “Natural Intelligence“, una campagna all’aperto che sfida l’intelligenza artificiale per dimostrare che, quando si tratta di creare immagini straordinarie, nulla batte il mondo reale, il talento dei fotografi e le migliori fotocamere Nikon. Vi invito a vedere il video perché lascia davvero a bocca aperta.
Anche qui, il messaggio che emerge dalla Tavola Rotonda è che – a fare la differenza – sarà il pensiero creativo, cioè quel processo mentale che porta alla generazione di nuove idee, concetti o soluzioni originali e innovative.
Dello stesso avviso è stato tra l’altro di recente Ted Sarandos – il CEO di Netflix – secondo cui i creativi non devono avere paura che l’IA possa togliere loro il lavoro. Non crede infatti che un programma di IA scriverà una sceneggiatura migliore di un grande sceneggiatore, o che sostituirà una grande performance, o che non saremo in grado di notare la differenza.
Secondo Sarandos quindi “L’IA non ti toglierà il lavoro. La persona che utilizza l’IA potrebbe toglierti il lavoro”.
È DAVVERO INTELLIGENZA?
La scelta di Nikon di usare l’espressione “Intelligenza Naturale” si riallaccia a un tema che ha accompagnato tutto l’incontro, relativo propria all’uso delle parole “Intelligenza”, “artificiale”, “informazione”, “pensiero”.
Fabio D’Andrea ci ha condiviso – un poco noto ai più – James Gleick e il suo testo L’informazione: una storia, una teoria, un’inondazione, in cui viene presentata una visione ampia e interdisciplinare dell’informazione e della sua influenza sulla società e sull’intelligenza. In particolare esamina la teoria dell’informazione sviluppata da Claude Shannon.
La possibilità stessa di parlare di intelligenza artificiale – un termine evitato da molti esperti – deriva dalla definizione specifica di cosa sia l’intelligenza. Avete mai riflettuto sul collegamento tra le parole “Intelligence”, cioè le spie, e le informazioni che procurano?
E, a proposito di intelligenza e di pensiero, è stata decisamente interessante la provocazione lanciata al Cogito ergo sum (Penso, quindi esisto) cartesiano, con l’invito a riappropriarci della nostra dimensione corporea e a considerare che l’uomo non nasce quando pensa, ma quando si alza in piedi.
Condividete anche voi che scopriamo le stesse cose da 2000 anni e che eravamo già pronti ad accettare ogni nuova tecnologia?
Ad esempio la televisione: è arrivata che noi eravamo già spettatori?
E sullo smartphone: come eravamo “combinati” per accettare che entrasse così prepotentemente nelle nostre vite?
Ritengo che le risposte siano personali, ma che valga la pena fermarci a riflettere su questi interrogativi.
PENSIERO E CREATIVITÀ TRA UMANO E MACHINE LEARNING
Creatività e intelligenza sono quindi differenti? Quando si distingue tra umani e IA, la ricerca sociale sui processi creativi esamina le abilità, le azioni e i comportamenti, cercando gli elementi misurabili. Ma possiamo guardare da un altro punto di vista, distinguendo gli esseri umani dai chatbot anche in termini di “incapacità”.
Per capire in cosa l’IA è “incapace”, Simone D’Alessandro ha esaminato esamineremo alcuni test usati per valutare i chatbot: il classico test di Turing, il test di Turing inverso, i test di Winograd e Winogrande e il test di Lovelace 2.0.
La riflessione interessante è che la macchina riesce a mettere in campo una creatività combinatoria, che assembla elementi esistenti per creare qualcosa di nuovo. Al contrario, non riesce a mettere in campo una creatività trasformativa, la quale implica la trasformazione o la reinterpretazione di idee esistenti per generare innovazione.
Qui, il salto lo può fare ancora solo l’uomo. Solo lui riesce a interpretare ex post il valore di ciò che è stato creato.
Ed eccoci al cuore della tematica: oggi tra di noi parliamo di relazione, mentre col chatbot parliamo di interazione. Un domani potrebbe diventare si oggetto di studio, ma finalizzato a comprendere noi.
A questo proposito Aldo Semenuk ricorda che durante la pandemia qualcuno ebbe l’idea di coniare lo slogan “distanti ma uniti”. Peccato che suonasse come la parodia del titolo del testo di Sherry Turkle “Insieme ma soli“.
Quando infatti la relazione si stabilisce tra un essere umano ed un oggetto, stiamo parlando in senso proprio di relazione? L’aumento esponenziale delle nostre interazioni con i supporti tecnologici mette in crisi le nostre vite emotive. Aldo Semenuk Cita ad esempio il caso di una società in cui gli operai dovevano visionare video inenarrabili, al fine di educare Chat GPT. Non vi svelo cosa sia accaduto al loro equilibrio emotivo e psicologico, vi lascio a far lavorare la vostra immaginazione, giusto per restare in tema.
La sua preoccupazione – su cui è decisamente importante porre l’attenzione e aprire una discussione a se stante – non riguarda tanto le potenzialità creative della macchina, ma sul suo controllo da parte di una minoranza di persone dedita ai propri interessi, solitamente di natura economica.
QUANTO IL DIGITALE DEVE ENTRARE NELL’ISTRUZIONE?
Cristina Colaninno ci ha calati nella realtà quotidiana delle scuole, raccontandoci la sua particolarissima metodologia di insegnamento. Ritiene infatti che, nel dialogo educativo con le nuove generazioni, sia fondamentale conoscere non solo il loro linguaggio, ma anche gli strumenti con i quali tutti i giorni interagiscono.
Mossa dalla convinzione che, se non siamo noi adulti a orientare i ragazzi con la tecnologia questi si perdono, ha da sempre portato in classe l’elemento ludico.
Scopriamo così che si può giocare al fantacalcio con i barbari e gli imperatori romani, mentre ascoltiamo un intenso scambio di vocali tra Ulisse e Penelope, e consultiamo la “SocialGrafia” (cugina della Bibiliografia) per indicare i riferimenti di arte e letteratura sui social media. Si tratta di uno sforzo che è necessario fare, altrimenti i ragazzi vengono agganciati da qualcun altro.
Questo approccio – in quanto innovativo – non è esente da critiche. Una delle domande che ci si pone è: lanciata l’ “esca” e agganciati i ragazzi con il loro linguaggio, riusciamo poi ad alzare il livello di discorso e di pensiero?
Secondo Cristina Colaninno si, ed è questa la vera sfida per un’intelligenza inclusiva.
Ad esempio, chiedendo a Midjourney (AI che crea immagini da descrizioni testuali) di ricreare l’allegoria dantesca!
➡️ Per me è stata un’occasione davvero unica e molto stimolante per affrontare tematiche che viviamo ogni giorno ma su cui probabilmente non ci siamo mai davvero fermati a riflettere. I punti di vista sono stati tanti, molti si sono toccati e integrati alla perfezione, mentre altri erano distanti, e non sono mancate provocazioni.
E finché c’è tutto questo, mi sento di poter dire che la nostra intelligenza e le nostre relazioni sono salve 😉
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Credit Immagine di Copertina: yrinakhabliuk / Canva

Sono l’ideatrice di CarrieraVincente.it
Nata con un amore smisurato per le parole, l’ho declinato in una Laurea in Giurisprudenza e in tanti anni di professione in ambito comunicazione, marketing e vendite.
Ho poi conosciuto Google, e non ce ne è stato più per nessuno ⭐
Se vuoi saperne di più su di me, trovi la mia storia in questa pagina.


