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Quiet Quitting: la rivoluzione silenziosa nel mondo del lavoro

Postato il 19 Luglio 20249 Luglio 2024 da Elena Miele

Quiet Quitting è un termine relativamente recente, con cui stiamo imparando a fare i conti.

Al giorno d’oggi qualsiasi azienda deve affrontare il tema del benessere aziendale, adottando politiche interne per contrastare l’insoddisfazione lavorativa e per permettere ai dipendenti di trovare un equilibrio tra la vita professionale e la vita privata.

Ma perché adesso la concezione del lavoro è diversa rispetto a 40 anni fa?

Come è cambiato il lavoro oggi rispetto al passato?

Indice

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  • I FATTORI DEL CAMBIAMENTO VERSO IL QUIET QUITTING
  • COME LE AZIENDE POSSONO ADEGUARSI?
  • IL QUIET QUITTING SUL LAVORO
  • CAUSE DEL QUIET QUITTING
  • COME CONTRASTARE QUIET QUITTING E RASENTEEISM?
  • I MILLENIALS HANNO ANCORA AMBIZIONI?

I FATTORI DEL CAMBIAMENTO VERSO IL QUIET QUITTING

Se proviamo a dare una risposta a questi quesiti, chiedendoci come si sia arrivati a fenomeni quali il quiet quitting, dobbiamo prendere in considerazione fattori sociali, economici, tecnologici e culturali.

L’EVOLUZIONE TECNOLOGICA

L’evoluzione tecnologica è sicuramente il fattore predominante. Quarant’anni fa, molti lavori richiedevano la presenza fisica sul posto di lavoro ed il suo intervento nello svolgimento della mansione.

Oggi l’automazione e la digitalizzazione hanno cambiato questo scenario. Ad esempio, molti compiti che una volta erano svolti da operai in fabbrica sono ora eseguiti dai robot.

Inoltre, l’accessibilità ad apparecchi tecnologici si è ampliata, permettendo alla maggioranza di avere dispositivi su cui lavorare da casa.

La tecnologia, inoltre, ha reso possibile la collaborazione in tempo reale tra team situati in diverse parti del mondo.

LA GLOBALIZZAZIONE

Tra i cambiamenti economici si annovera la globalizzazione.

Maggiori interconnessioni, maggiori possibilità di spostarsi da un paese all’altro, aumento della competizione globale hanno impattato sui vari aspetti della produzione, dell’occupazione e delle dinamiche aziendali.

Molte aziende hanno scelto di spostare la produzione in paesi con costi della manodopera più bassi, come Cina, India e Vietnam. Anche i servizi, come l’assistenza clienti e lo sviluppo software, sono stati esternalizzati a paesi con forza lavoro qualificata e costi inferiori. Un esempio è l’outsourcing di call center in India e nelle Filippine.

La scelta di rivolgersi a paesi con manodopera a basso costo ha messo pressione sui salari e sulle condizioni lavorative nei paesi sviluppati. Basti pensare che negli ultimi anni i lavoratori manifatturieri negli Stati Uniti e in Europa hanno visto una stasi o una riduzione dei salari a causa della concorrenza estera.

La globalizzazione ha accelerato la diffusione delle innovazioni tecnologiche e l’adozione di policy aziendali più eque. Ad esempio, le tecniche di produzione avanzate sviluppate in Giappone sono state adottate nelle aziende manifatturiere di tutto il mondo.

Se, da un lato, la globalizzazione ha portato dei benefici, dall’altro ha ampliato le disuguaglianze economiche e la precarietà dei contratti lavorativi.

Il cambiamento economico e tecnologico si è insinuato nella mentalità delle persone, causando un cambiamento di paradigma nelle scelte di vita.

I consumatori hanno accesso ad un’ampia gamma di prodotti provenienti da tutto il mondo. Ciò ha portato la aziende a diventare più competitive sul mercato globale, innovando i processi di produzione e offrendo prodotti sempre più innovativi rispetto ai loro competitor.

I consumatori hanno anche sviluppato una maggiore sensibilità ai temi come l’ambiente, richiedendo quindi alle aziende una maggiore attenzione a prodotti etici e sostenibili. Questo ha spinto le aziende a migliorare le loro pratiche lavorative e ambientali.

UNA NUOVA FILOSOFIA DI VITA

Un’altra significativa differenza tra le attuali generazioni, i Millenials e la Generazione Z, e le precedenti generazioni sta anche nella nuova filosofia di vita.

I primi danno molta più importanza al bilanciamento tra la vita lavorativa e quella privata.

A differenza dei loro genitori, che spesso erano fidelizzati alla stessa azienda per tutta la vita professionale, i giovani di oggi sono più propensi a cambiare lavoro se non sono soddisfatti.

Inoltre, poiché l’aspettativa di vita è aumentata e l’età pensionabile più lontana, il tempo trascorso sul luogo di lavoro acquisisce un valore maggiore. Molti giovani si rifiutano di eseguire le stesse mansioni o di ricoprire lo stesso ruolo per l’intera vita professionale.

Preferiscono l’incertezza di cambiare ruolo, mansione o azienda. Sono sempre più diffusi i casi di giovani che lasciano un posto di lavoro con contratto a tempo indeterminato per cercare una soluzione lavorativa più adatta alle loro esigenze.

Se, per le generazioni precedenti, avere un lavoro a tempo indeterminato era la norma e offriva una sicurezza economica, oggi sono sempre di più quelli che abbracciano una scelta professionale basata su lavori che offrono più flessibilità ma non garantiscono una stabilità finanziaria, come i freelance.

COME LE AZIENDE POSSONO ADEGUARSI?

Proprio perché il modo di lavorare è cambiato, le aziende si devono adeguare alle nuove esigenze.

Infatti molte aziende tech della Silicon Valley offrono benefit come orari flessibili, mense aziendali gratuite e possibilità di lavorare da remoto per attrarre e mantenere i talenti.

Quali sono quindi le sfide e le soluzioni che un’azienda deve perseguire per poter mantenere i propri talenti all’interno di un contesto così competitivo?

Sicuramente l’azienda ha un ruolo determinante nell’evitare che i dipendenti sviluppino disturbi da stress, come il burnout. Si devono impegnare per contrastare l’insoddisfazione lavorativa.

Uno dei rischi maggiori degli ultimi tempi, dovuti in parte a questo radicale cambiamento delle aspettative lavorative, è la riduzione della produttività ed una maggiore difficoltà nel trattenere i talenti e, di conseguenza, nella crescita dell’azienda.

autostima

IL QUIET QUITTING SUL LAVORO

Il quiet quitting è un fenomeno che sta prendendo sempre più piede; questo termine sta ad indicare un abbandono silenzioso da parte del dipendente nei confronti del ruolo e delle mansioni che svolge all’interno dell’azienda.

Non abbandona formalmente il suo impiego ma attua una sorta di disimpegno, facendo solo ciò che è strettamente necessario per conservare il suo posto di lavoro.

Questo comportamento non prevede una comunicazione diretta di insoddisfazione o la presentazione della lettera di dimissioni, ma consiste nell’allontanamento psicologico e motivazionale dalle proprie responsabilità lavorative.

Un quiet quitter si riconosce da una serie di atteggiamenti messi in atto dal dipendente:

  • Adempimento basico dei compiti: il dipendente fa solo ciò che gli è richiesto, niente di più. Non cerca di eccellere o di superare le aspettative, né partecipa volontariamente a progetti o attività che richiedono un impegno extra rispetto alle sue mansioni principali.
  • Distacco emotivo: mostra poco o nessun entusiasmo per il lavoro. Non è interessato a condividere nuove idee e non prende iniziative nei progetti.
  • Assenteismo: maggiore frequenza di assenze non giustificate o congedi per malattia. Si attengono rigorosamente agli orari di lavoro previsti, senza lavorare al di fuori dell’orario di lavoro.
  • Calo della qualità del lavoro: la produttività può calare con un rallentamento nel completamento dei compiti e una maggiore presenza di errori.
  • Mancanza di collaborazione e isolamento: indisponibilità a collaborare con i colleghi e forte tendenza ad isolarsi dagli altri membri del team, partecipando sempre meno alle attività sociali o ai momenti di team building.

Questo cambiamento è ancora più evidente nel dipendente che una volta era molto proattivo, partecipava a tutte le riunioni con idee nuove e suggerimenti, e, ad un certo punto, senza una causa apparente, diventa passivo e svogliato.

CAUSE DEL QUIET QUITTING

Una delle principali cause del quiet quitting è il fenomeno del “mismatching” tra domanda ed offerta di lavoro:

  • da un lato le aziende hanno difficoltà a trovare il profilo giusto per le posizioni offerte;
  • dall’altro le persone non riescono a trovare il lavoro che corrisponde alle loro competenze e aspettative salariali.

Un’altra delle cause determinanti di questo fenomeno è l’insoddisfazione professionale e la mancanza di riconoscimento. Una persona che lavora da diversi anni in un’azienda può avere l’aspettativa di crescere professionalmente. L’aspettativa non soddisfatta causa risentimento e frustrazione.

Si crea un altro fenomeno, il rasenteeism, che è una combinazione di “rasentment” (risentimento) e “absenteeism” (assenteismo), dove i dipendenti continuano a lavorare in ruoli insoddisfacenti perché non riescono a trovare un lavoro migliore o non credono di potercela fare.

Rispetto al quiet quitting, il “rasenteeism” coinvolge non solo il disimpegno ma anche il risentimento, riflettendo un senso di intrappolamento nel proprio ruolo.

Queste criticità non riguardano solo il benessere dell’individuo, ma diventa una problematica anche dell’azienda nel momento in cui i dipendenti non collaborano più per accrescere i risultati e gli obiettivi aziendali.

La diminuzione del livello di produttività del dipendente e l’aumento del turnover a causa del numero crescente di dimissioni costringono le aziende a ricercare ed assumere nuovi dipendenti. Non è conveniente né per l’azienda né per il dipendente.

COME CONTRASTARE QUIET QUITTING E RASENTEEISM?

Pertanto, per contrastare il fenomeno del quiet quitting e del rasenteeism, si richiede una politica che miri a migliorare l’ambiente di lavoro, aumentare l’engagement dei dipendenti e risolvere le cause di insoddisfazione.

Alcuni consigli specifici per l’azienda sono:

  • Migliorare la comunicazione interna: creare una cultura del feedback continuo, in cui i dipendenti si sentono ascoltati e promuovere la trasparenza sulle decisioni aziendali.
  • Offrire opportunità di crescita e sviluppo: investire sulla crescita di una risorsa significa proporre percorsi di formazione finalizzati al consolidamento delle competenze.
  • Promuovere un equilibrio vita- lavoro: offrire opzioni di lavoro flessibili, come il lavoro da remoto ed implementare programmi di benessere che promuovano supporto per la salute mentale, fitness e benessere in generale.
  • Riconoscimenti e ricompensa: creare sistemi di riconoscimento per premiare il conseguimento degli obiettivi ed il loro impegno ed offrire incentivi finanziati e non finanziari come bonus, premi, giorni di ferie extra e opportunità di formazione.
  • Creare un ambiente di lavoro positivo: promuovere una cultura aziendale positiva ed inclusiva che valorizzi il rispetto e la collaborazione.
  • Fornire autonomia e responsabilità: dare ai dipendenti maggiore autonomia e responsabilità nelle loro mansioni, permettendo loro di prendere decisioni e gestire i propri progetti.
  • Monitoraggio ed intervento precoce: utilizzare l’analisi dei dati e dei sondaggi interni per monitorare i livelli di engagement e identificare precocemente i segnali di disimpegno per poter intervenire rapidamente con misure di supporto o cambiamenti organizzativi.
  • Migliorare il mismatching: assicurarsi che il processo di selezione sia accurato e che i candidati scelti abbiano le competenze, le attitudini giuste e la motivazione adeguata per le posizioni offerte.
  • Allineamento delle aspettative: chiarire le aspettative fin dall’inizio, magari attraverso una cornice d’accordo, e garantire che i ruoli e le responsabilità siano ben definiti.
  • Promuovere la collaborazione e la connessione: organizzare attività di team building per migliorare le relazioni tra i membri del team e creare spazi che favoriscano la collaborazione tra colleghi

Portando degli esempi concreti di aziende che hanno adottato strategie volte a contrastare il quiet quitting, citiamo Google, che mette a disposizione dei dipendenti palestre ben attrezzate ed offre lezioni di fitness gratuite nei suoi uffici, l’assistenza medica direttamente in sede e programmi di supporto mentale, incluso accesso a terapisti, sessioni di mindfulness e meditazione.

I MILLENIALS HANNO ANCORA AMBIZIONI?

La diffusione di questi fenomeni non implica una minore ambizione da parte dei lavoratori.

Anzi i Millenials hanno il desiderio di realizzarsi personalmente attraverso la professione, ma sentono la necessità di fare qualcosa di significativo e di soddisfacente. Desiderano provare entusiasmo per il loro lavoro.

Bisogna stare attenti ad etichettare i Millenial come “la generazione del job hopping” e “la generazione legata ai genitori”. In realtà, le critiche mosse verso questa generazione non tengono conto di un quadro più complesso.

La società è cambiata, il lavoro è più precario e l’incertezza è maggiore. I giovani di oggi crescono all’interno di questo contesto e sviluppano una specie di instabilità nella personalità.

L’azienda può aiutare in quanto realtà strutturata, ma deve anche tenere conto delle “difficoltà” che un giovane di oggi deve affrontare in un mondo così caotico. Può funzionare solo se c’è flessibilità e collaborazione sia da una parte che dall’altra.

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Elena Miele
Elena Miele

Sono laureata in psicologia. Ho cominciato il mio cammino introspettivo molto presto, spinta dal desiderio di evolvermi ed essere una persona migliore. E’ il motivo per cui ho scelto di abbracciare questa professione. Credo fortemente nell’importanza di raggiungere il proprio benessere a partire dal posto di lavoro, luogo in cui trascorriamo molte ore della nostra giornata. Amo viaggiare e leggere; sono due passioni che mi hanno acceso la curiosità verso la conoscenza. Attualmente collaboro con una importante organizzazione no profit e con un’associazione operativa su tutto il territorio nazionale.

Category: Benessere

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